SKYCLAD
A Burnt Offering For The Bone Idol

Etichetta: Noise
Anno: 1992
Durata: 44 min
Genere: Thrash / Folk Metal


Continua la fantastica saga degli Skyclad, band formata da Martin Walkyer, ex frontman degli inglesi Sabbat. Dopo uno spettacolare primo disco ("Wayward Sons Of Mother Earth"), eccoli alle prese con il seguito. Io lo ritengo appena inferiore all'esordio, se non altro per il fatto che ormai gli Skyclad giocavano a carte scoperte, perché non si potevano più valere dell'effetto sorpresa. Perciò questo disco, seppure bellissimo, contiene la prosecuzione di tutte quelle stranezze e di tutte quelle particolarità che si erano sentite nel primo album, ma senza aggiungerne di nuove. Ma, ci tengo a ribadire e a precisare, questo album è da considerarsi senza dubbio grandioso!
Venendo alla musica, dopo un breve intro, "War And Disorder", è il momento di "A Broken Promised Land", che apre le danza (macabra) con un riff cattivo e spigoloso, seguito da una batteria altrettanto squadrata in sedicesimi. Poi il riff evolve verso lo speed nel secondo cantato, mentre fa capolino il magico violino di Fritha Jenkins, che tanto aveva stupito nel primo album, e che qui armonizza su di una ennesima parte dispari.
Segue la mitica "Spinning Jenny", che nella carriera degli Skyclad è un vero must, un classico che viene suonato ad ogni concerto. Memorabile è soprattutto il violino di Fritha e la chitarra di Steve Ramsey, che procedono compatti in una specie di danza, sottolineata puntualmente dall'ottima doppia cassa di Keith Baxter. Il violino ci accompagna su tutti i 2 minuti e 40 secondi del brano, impreziosendo anche il cantato di Martin.
Ancora Fritha e il suo strumento sugli scudi all'inizio di "Salt On Earth", con una melodia che viene ripresa dalla chitarra; curioso come il tutto rimanga in una sorta di stasi, di attesa, verso l'esplosione di un potentissimo riffone thrash, coadiuvato da una magistrale doppia cassa! Che bello l'assolo di Ramsey, uno che potrebbe tranquillamente tenere lezioni di gusto al 90% dei chitarristi odierni, mentre invece la sua fama non è manco per il cazzo pari alla sua bravura (per non dire che proprio non se lo caga nessuno)!
Nel frattempo, un breve intermezzo ci conduce a "Karmageddon", dove ancora duettano chitarra e violino sopra degli stacchi, per poi sfociare insieme in un solenne ed imponente riff, ancora una volta scandito da una batteria sincopata. La successiva "Ring Stone Round" è invece un brano composto di sola chitarra acustica e voce, dall'effetto struggente e malinconico, mentre "Men Of Straw" possiede delle sfumature epicheggianti grazie a delle tastiere (suonate da Fritha Jenkins) che rimangono come sottofondo in varie parti del pezzo, anche sul cantato. Particolare momento di questo brano è il susseguirsi di divagazioni (non sono proprio assoli) in sequenza di basso, chitarra classica e violino; fantastico, non so proprio che altro aggiungere.
La traccia seguente è "R'Vannith", e anche qui il riff, vagamente alla Testament, è scandito dalla doppia cassa dell'ottimo Baxter. All'inizio del brano troviamo un veloce scambio basso/violino, del tipo "botta e risposta", a quanto pare vinto figuratamente da quest'ultimo, visto che tocca alla Jenkins introdurre la linea vocale di Martin.
E arriviamo così alla bellissima "The Declaration of Indifference", che inizia con un tristissimo violino molto alla My Dyind Bride, ma che poi si normalizza e lascia spazio addirittura a dei coretti in puro stile thrash nel ritornello. Chiude poi lo sconsolato violino dell'inizio. L'ultimo brano è "Alone In Death's Shadow", dove delle evocative tastiere fanno da sfondo ad un simil narrato di Martin; verso i 3 minuti c'è uno stacco atmosferico introdotto da un flauto, che poi sfuma nelle chitarre, che riprendono il tema iniziale in modo più rabbioso e diretto, come anche la voce.
I suoni del disco sono appena più puliti rispetto a quelli del debutto, ma la produzione non si discosta di molto, anzi: l'atmosfera pagana dei momenti folk/acustici del primo disco è intatta.
I testi, opera di Martin Walkyer, sono sempre abrasivi e mai banali. Quello di "A Broken Promised Land" rispecchia il titolo e ognuno di voi può immaginarsi di cosa parli, invece "Spinning Jenny" non è altro che l'amara confessione di un uomo che non ha saputo resistere al fascino di una bellissima donna (che sia un inno alla fedeltà coniugale? ahahah!). "Salt On Earth" si potrebbe riassumere così: "Alla tirannia di un re ne seguirà un'altra, forse peggiore. Quindi, quando la smetteremo di porgere l'altra guancia e ci sveglieremo?". "Ring Stone Round" è una specie di sogno, mentre "Men Of Straw" è un'invettiva contro coloro che approfittano dei più deboli, ed insieme un oscuro presagio, che il loro momento verrà presto ("I pray that soon the blessed meek their world shall inherit, when all of these bastards are judged by their merits. And called to account for the acts they've commited, the jury their victims - no sins are omitted"). "R'Vannith" è una struggente storia d'amore e di morte ambientata in Gran Bretagna al tempo dei Romani, e "The Declaration Of Indifference" è un'aspra polemica contro tutti quelli che muovono le nostre azioni, siano essi politici o religiosi, e che se ne fregano di noi, pensando che siamo solamente fantocci nelle loro mani.
E siamo arrivati alla conclusione anche del secondo disco degli Skyclad. Alla fine abbiamo un grande album, ottima musica e soprattutto originale, con testi impegnati e poetici. Ripeto quanto detto all'inizio, che qui gli Skyclad rielaborano in sostanza quello che avevano fatto sentire nel primo disco, aumentando solamente la dose di violino. E' per questo che, trattenendo a mala pena una lacrimuccia, non premio "A Burnt Offering For The Bone Idol" con il massimo.
L'unica cosa che forse non è proprio bellissima è la copertina, con quella cazzo di statuetta votiva che pare un Oscar del cazzo! E poi il tizio incappucciato sembra quello del primo "Keeper Of The Seven Keys" degli Helloween!
(Randolph Carter - Settembre 2003)

Voto: 9


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Sito internet: http://www.skyclad.co.uk/